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Rinnovabili: perché serve una riforma del Titolo V della Costituzione

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Un quarto di secolo dopo la riforma del Titolo V, l'Italia discute ancora chi decide dove nascono gli impianti a fonti rinnovabili. Il segnale più chiaro arriva da due pronunciamenti in sette giorni: la sentenza 144/2026 della Corte Costituzionale contro la moratoria della Sardegna e, il 30 luglio 2026, il verdetto del Consiglio di Stato che ripristina il decreto sulle aree idonee. Da qui la proposta dell'ASviS di riscrivere l'articolo 117 della Costituzione, che non convince Italia Nostra.

L'articolo 117 scarica l'energia sulle Regioni da 25 anni

Da 25 anni l'articolo 117 della Costituzione colloca "produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia" tra le materie di legislazione concorrente: lo Stato fissa i principi fondamentali, le Regioni scrivono le norme di dettaglio. Nel caso dell'energia il meccanismo non ha funzionato, e c'è chi attribuisce proprio alla riforma del Titolo V lo stallo delle fonti rinnovabili.

Carlo Scarpa, professore di economia e politica industriale all'Università di Brescia, aveva previsto il problema in tempi non sospetti. Nell'agosto 2002, pochi mesi dopo l'entrata in vigore della riforma, pubblicò un appello intitolato "Titolo V e politica energetica: per favore, riformiamo la riforma", in cui definiva l'architettura immaginata "del tutto irrazionale, sia nella trasmissione dell'energia – ove le esigenze di coordinamento sovranazionale dovrebbero essere prevalenti – sia nella sua produzione, ove le preoccupazioni ambientali locali avrebbero potuto limitare l'offerta di energia elevandone il costo". Oggi aggiunge: "Fu una riforma fatta troppo in fretta e il mondo imprenditoriale quasi non ci fece caso", spiegando che all'epoca la sicurezza energetica non era sentita come ora, con le crisi ucraina e mediorientale.

Il primo tentativo di correzione risale al 2014: il disegno di legge costituzionale del governo Renzi voleva riportare l'energia nella competenza esclusiva dello Stato, ma il referendum del 2016 lo bocciò. Nel 2024 il giurista Matteo Battistelli, dell'Università di Teramo, ha dedicato alla questione uno studio, osservando che in Italia "la normativa non è chiara sulle competenze, non si sa chi fa cosa" e che, dopo la riforma del Titolo V, "la mancanza di confini alle competenze di Stato e Regioni ha creato prevedibili conflitti". In Germania, nota, le leggi sulle fonti rinnovabili sono molto più esplicite.

Sardegna e aree idonee: 25 mesi di carte bollate per un decreto

Tra il 23 e il 30 luglio 2026, due pronunciamenti hanno ridefinito lo scontro Stato-Regioni. Il primo è la sentenza 144/2026 della Corte Costituzionale, depositata il 23 luglio, che dichiara illegittimo il provvedimento della Regione Sardegna del 6 novembre 2025: la sospensione dei procedimenti autorizzativi per gli impianti rinnovabili nelle aree non qualificate come idonee introduceva di fatto una moratoria incompatibile con il principio della massima diffusione degli impianti e violava i principi di uguaglianza e ragionevolezza dell'articolo 3. Il secondo è il verdetto del Consiglio di Stato del 30 luglio 2026, che dichiara inammissibile il ricorso iniziale e ripristina il decreto interministeriale sulle aree idonee nella sua versione originale.

La cronologia del decreto spiega da sola il costo dello stallo:

  • 21 giugno 2024: emanazione del decreto interministeriale sulle aree idonee;
  • maggio 2025: il TAR del Lazio lo boccia, contestando che conferirebbe troppo potere alle Regioni nell'individuazione delle aree;
  • 30 luglio 2026: il Consiglio di Stato dichiara inammissibile il ricorso iniziale e riporta in vigore il testo originale.

Tra l'emanazione e il ripristino passano circa 25 mesi in cui il settore ha operato senza un quadro definitivo.

Proposta di modifica della Costituzione per sbloccare le rinnovabili in Italia
Pannelli solari su un tetto convertono la luce solare in energia rinnovabile. Foto di Elite Power Group su Pexels

Giovannini: "C'è in ballo la sicurezza nazionale"

Enrico Giovannini, direttore scientifico dell'Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), ha annunciato che l'organizzazione è pronta a lavorare a una nuova riforma del Titolo V, mettendo "intorno a un tavolo costituzionalisti ed esperti di politiche energetiche". L'ASviS ha già un precedente: la modifica costituzionale ottenuta nel 2022, che ha inserito nella Carta la tutela dell'ambiente e delle generazioni future.

Secondo Giovannini il modello attuale "non funziona" e la riforma del 2001 ha dato "grandi poteri alle Regioni, che in molti casi stanno frenando la transizione e il costo lo paga tutto il Paese". Attenzione a non semplificare: "Sarebbe fuorviante credere che un semplice ritorno al vecchio assetto costituzionale risolverebbe il problema. Ma rafforzare il ruolo dello Stato aiuterebbe ad evitare quei conflitti di attribuzione che sono stati anche resi evidenti dalle sentenze della Corte Costituzionale e del Tar". E cita il caso limite: "Se una Regione dichiara che il 99% dei propri territori non è idoneo alle rinnovabili, siamo di fronte a una scelta politica inaccettabile e dannosa per tutto il Paese".

Sui tempi, la riforma precedente è stata proposta nel 2016 e completata nel 2022, ma "la questione energetica va risolta più in fretta" e potrebbe diventare un obiettivo dell'inizio della prossima legislatura. Sul commissario alle rinnovabili chiesto da Confindustria, l'ASviS frena: "Ma non funzionerebbe. Abbiamo un commissario per l'acqua, ma la cabina di regia sulla siccità non si riunisce da mesi".

Croci (Italia Nostra): "Non serve cambiare la Costituzione"

Edoardo Croci, presidente di Italia Nostra, ribalta la diagnosi: il problema non sono le competenze, ma l'applicazione delle norme. "Normalmente sono d'accordo con Giovannini ma questa volta sarei più cauto. Non credo che abbiamo bisogno di modifiche costituzionali", dice, ricordando che l'associazione ha sostenuto l'aggiornamento dell'articolo 9 sulla tutela di paesaggio e ambiente. "Non credo invece serva modificare il Titolo V".

La posizione di Italia Nostra sulla transizione è netta: "Noi siamo per la transizione energetica, che è assolutamente necessaria, ma riteniamo che bisogna sempre fare dei distinguo". I grandi impianti vanno trattati come impianti industriali, autorizzati con attenzione, in aree compatibili — in primis aree industriali dismesse dove c'è già consumo di suolo. Croci chiede di potenziare le soprintendenze e di accelerare i processi regionali di definizione delle aree idonee, rendendoli più trasparenti: "Se si utilizzano strumenti trasparenti e oggettivi, la soluzione sul dove la si trova".

TemaEnrico Giovannini (ASviS)Edoardo Croci (Italia Nostra)
Riforma del Titolo VSì, per rafforzare il ruolo dello StatoNo, non necessaria
Diagnosi dello stalloConflitti di attribuzione tra Stato e RegioniApplicazione disomogenea delle norme
RegioniIn molti casi frenano la transizioneDevono normare le aree idonee più in fretta
Grandi impiantiDa accelerare nell'interesse nazionaleValutati caso per caso, con soprintendenze rafforzate
RimedioNuova riforma costituzionale entro l'inizio della prossima legislaturaDecreti attuati in modo omogeneo e trasparente

Cosa cambia per imprese e famiglie

La distanza tra le due posizioni non è teorica. Se la diagnosi è quella di Giovannini, il tempo necessario per una riforma si misura in anni: il precedente ASviS, tra proposta del 2016 e approvazione del 2022, ha richiesto sei anni. Se invece si segue Croci, l'accelerazione non passa dal Parlamento ma dai decreti regionali sulle aree idonee — gli stessi che, dal 21 giugno 2024 al 30 luglio 2026, sono rimasti privi di un assetto definitivo per circa 25 mesi.

Per chi opera nel settore la differenza è concreta: nessuna delle due strade promette tempi rapidi. La riforma costituzionale richiede una maggioranza parlamentare e, in caso di referendum, il consenso degli elettori; l'applicazione omogenea delle norme richiede che le Regioni si adeguino, e Croci ammette che alcuni territori "impiegheranno parecchio tempo" per arrivarci. Nel frattempo resta il dato di fatto ricordato da Giovannini: con lo sviluppo dei data center la domanda di energia crescerà anche nel breve termine, e "se vogliamo andare veloci, oltre che a basso costo, c'è solo la soluzione delle rinnovabili".

Sul tavolo ci sono due ricette incompatibili nei mezzi, non nell'obiettivo dichiarato. Il vero indicatore non sarà il testo della riforma: sarà il tempo che una Regione impiegherà, da domani, a dire dove un impianto si può fare.

Fonti

  • la Repubblica
  • la Repubblica
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  • L'articolo 117 scarica l'energia sulle Regioni da 25 anni
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